Vibrazioni 1.0

Uno sguardo sulla fine

Esistono momenti in cui stai pensando ad alcune cose che vorresti scrivere, ci lavori su, cominci a costruire i vari discorsi, a dar loro forma e anche a chiederti quale scrivere prima e quale dopo e, all’improvviso, ecco che l’ambiente esterno ti catapulta addosso da più fonti un argomento che non c’entra assolutamente nulla con ciò che tu hai in mente, ma che sostituisce di botto tutto quello su cui hai girato fino a quel momento.

Stavo mettendo in ordine le idee per scrivere dei post che parlassero della mia passione per i fumetti, del mio essere caotico e bambino, pur senza essere infantile, e di una pericolosissima malattia che io chiamo S.R.G. (e non pensate che io vi dica adesso cosa significa questo acronimo, perché lo svelerò solo quando ne parlerò più diffusamente) ma, nel giro di poco meno di una giornata mi è capitato di captare conversazioni e scritti che puntavano sul concetto di “Fine” inteso sia come morte, sia come termine di un sentimento o di storia, sia come consunzione di un qualcosa e quindi mi dico: “E va bene, affrontiamo il discorso sulla fine” e, per iniziare voglio partire da uno spunto datomi da un post del blog “Ragno Velenoso“, in particolare quando dice che

la gente comincia a fare qualsiasi cosa con l’ottimismo/pessimismo di dire Non finirà mai 

(e tra l’altro io ci aggiungo anche la frase “non cambierà mai”)

Tutte le volte che sento parole del genere l’unica cosa che riesco a percepire è la volontà di chi le pronuncia di illudersi che possano esistere situazioni senza una fine e/o senza cambiamenti.

Possibile che sia così difficile per noi accettare il fatto che esiste una fine per tutto ed è anche giusto che sia così?

E’ tutta la giornata che nella mia mente si rincorrono ricordi di tre particolari discorsi che mi sono trovato a fare, due con mia moglie e uno con il sacerdote che ci ha sposati e, vista la loro attinenza con questo discorso, li condivido.

Mancano pochi mesi al matrimonio e , visto il fatto che lei è credente e praticante, mentre il sottoscritto è completamente agnostico e pure non battezzato, il sacerdote (che già conosceva la mia futura moglie da diversi anni) aveva chiesto di potermi parlare a quattrocchi e, per questo, avevamo combinato di trovarci a Roma, dove sapevamo che, a breve, saremmo dovuti andare tutti. Arriva così il pomeriggio in cui abbiamo appuntamento e, dopo aver parlato di alcune cose tutti e tre assieme, lei esce e io e il sacerdote iniziamo a parlare. A un certo punto il discorso cade proprio sul concetto di “per sempre” e, a quel punto, ecco che mi trovo a dire: “Io so benissimo che la mia storia con lei finirà e su questo non ci sono dubbi. Perché, se va bene, la storia finirà con la morte di almeno uno dei due e quindi vorrà dire che avremo condiviso la nostra vita fino alla fine, ma questo potrebbe anche non capitare, perché potremmo trovarci a capire che non riusciamo più a vivere assieme senza farci del male, e quindi potremmo decidere di andare ognuno per la propria strada. Non so cosa ci porterà il futuro, se sapremo essere felici assieme oppure no, ma io so che sono disposto a vivere questa storia fino alla fine”.
(Tra l’altro nella pps che io e mia moglie abbiamo fatto con alcune foto tratte dal giorno del matrimonio, l’ultima di queste è una sua foto in cui sta ridendo di gusto che abbiamo deciso di commentare con la frase “Fino alla fine”!)

Siamo verso la fine del 2010, in uno dei periodi più duri che abbiamo affrontato finora. Mia suocera è morta da pochi mesi e il dolore di mia moglie è un qualcosa di quasi solido che staziona attorno a lei e, spesso, parliamo un po’ per ricordare e un po’ per esorcizzare il tutto eppure, da qualche tempo, un pensiero mi ronzava in testa e per questo ne ho parlato con lei e le ho detto: “E’ vero, tua madre è morta. Capisco il dolore che provi e capisco il fatto che ne senti la mancanza, ma vorrei farti una domanda: vuoi pensare un attimo al momento in cui è morta? Era in vacanza con suo marito, l’uomo con cui ha condiviso ben 51 anni della sua vita; era felice ed allegra; era felice per te, perché aveva la coscienza che tu avevi la tua vita e camminavi sulle tue gambe, perché ha visto che hai saputo affrontare tutte le difficoltà che ti sei trovata davanti e hai raggiunto quello che volevi… un secondo prima rideva e scherzava, e il secondo dopo non c’era più. Riesci ad immaginarti un momento e un modo migliore per morire?”

E’ l’estate del 2005, stiamo assieme da pochi mesi e, una sera, affittiamo il dvd de “I ponti di Madison County” (evito di parlare del film, perché se no non finisco più). Quando finisce io la guardo e le dico: “non farmi mai una cosa del genere: se vedi che con me non sei felice, non stare con me per abitudine o per pietà, ma abbi il coraggio di dirmelo e io ti lascerò andare. Non importa il sentimento che provo per te, perché tu, come ogni altro, hai diritto a vivere felicemente e, visto che può capitare che, nonostante i sentimenti e le buone intenzioni, io non sia la persona adatta per far sì che ciò accada, allora il restare assieme sarebbe solo uno spreco di tempo”.

Tutto finisce e nulla è scontato nella vita, ma quello che ho capito è che l’importante è vivere appieno ogni momento esprimendosi sempre in maniera sincera, perché è guardando sempre in faccia alla realtà che puoi affrontarla sempre al meglio.

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