Vibrazioni 1.0

3 giorni enormi

Ovvero, cronaca di un viaggio in solitaria, vissuto con la colonna sonora della TRANS-SIBERIAN ORCHESTRA, che resterà impresso a fuoco nella mia memoria.
 
 
Mentre sono solo nella camera d’albergo a Stoccarda, che cerco di raccogliere tutte le sensazioni che mi stanno attraversando, mi rendo conto che, in questo momento, sono all’apice di una gioia totale ed assoluta che non accenna a diminuire.
 
A questo punto voglio fare un salto indietro, fino al momento in cui questo viaggio è iniziato, ovvero quando l’aereo che da Malpensa mi avrebbe portato in terra tedesca, ha iniziato a muoversi; era la terza volta nella mia vita che prendevo un aereo, ma è stata la prima in cui volavo da solo all’estero e con, tra l’altro, la fortuna di avere un posto vicino al finestrino; fin dalla partenza, quindi, escluso il momento in cui ho dovuto prestare attenzione alla descrizione delle misure d’emergenza, il mio volto si è letteralmente attaccato al finestrino da dove, momento per momento, ha avuto modo di raccogliere tutta una serie di immagini per me assolutamente nuove ed emozionanti: dalle luci delle città che apparivano sempre più piccole mentre ci alzavamo in volo, alle masse nere e bianche delle montagne con le cime innevate; dal riflesso della luna sulle nuvole, alla luce che scaturiva dall’ala per poter illuminare il percorso di discesa tra le nuvole; dalla sensazione di velocità e accelerazione nel momento del decollo, poi svanita durante il volo, al momento dell’impatto dei carrelli con le ruote sul suolo di Stoccarda, ho lasciato che la mia mente si riempisse con questi ricordi, per poi ritornare coi piedi per terra.
Presa dunque la metropolitana che mi avrebbe portato in prossimità dell’albergo, a un certo punto, girandomi, vedo di spalle, immobili in posizione esattamente simmetrica rispetto al centro del treno e ciascuna di fianco ad una delle porte di uscita sui due lati del treno, due ragazze con capelli lunghi e lisci, una bionda e una rossa; il mio primo pensiero è stato: “OHMAMMAMIA!!! IL GUARDIA DI PORTA E IL MASTRO DI CHIAVI!!!!”
Passato il momento comico, esco dal treno e mi avvio verso l’albergo e verso la nottata di riposo.
Al mio risveglio, Stoccarda è coperta da un cielo nuvoloso, che manda una pioggia fine e intermittente e, in mattinata, decido di andare a fare un giro a piedi per la città; uscendo dall’albergo mi incammino per queste vie a me sconosciute, lasciando che siano i miei passi e i miei occhi a guidarmi, mentre le mie orecchie si riempiono di quella musica che, in serata, avrei avuto l’occasione di vedere dal vivo. Procedo così per quasi due ore, calmo, senza meta, con tutti i sensi atti a percepire e a memorizzare più dettagli possibili, degli edifici, delle espressioni e dei modi delle persone che vedo in giro, degli odori e dei profumi e, mentre sento la pioggia sul mio viso, non riesco a non associarle il suono del pianoforte che, nei momenti calmi ed intimisti delle canzoni che sto ascoltando, suona solitario, ora malinconico, ora rilassato, e mi rendo conto che l’atmosfera che questa cittadina mi sta mostrando nel momento, si adatta perfettamente a ciò che sto ascoltando.
Quando riesco nel pomeriggio la pioggia ha smesso di cadere e il tempo si è messo al sereno, così, mentre aspetto il momento di dirigermi verso la sede del concerto, continuo i miei giri assolutamente casuali all’interno della zona che porta dall’albergo alla stazione centrale di Stoccarda e, ad un tratto, mi trovo davanti ad una manifestazione popolare, che vengo a sapere essere una protesta contro un progetto che avrebbe dovuto abbattere la vecchia stazione centrale per costruirne una iper-futurista; muovendomi in modo tale da tenermi alla larga dai manifestanti (ne ho già abbastanza da protestare in Italia, per andare anche ad impelagarmi nei problemi della società tedesca, e poi il sapere che, nel corso di alcune manifestazioni sempre su questo argomento, ci siano stati diversi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine mi ha ulteriormente convinto a starmene defilato), non appena la manifestazione si scioglie, decido di andare a vedere dall’interno il luogo che stanno cercando di difendere (certo che per un pendolare come me, che ha passato mediamente 200 giorni l’anno tra treni e stazioni negli ultimi 7 anni, l’andare a vedere una stazione quando non devo andare al lavoro sembra veramente assurdo) e comunque la vedo come un edificio assolutamente squadrato ed austero, che sento in perfetta armonia col popolo che sta provando a difenderlo.
 
Si arriva, così, tra un’attesa e l’altra, tra passi, osservazioni ed un acquisto (grazie al quale riesco anche a capire il significato di un simbolo che campeggiava su diversi dei miei ultimi acquisti in campo musicale, e che, fino a quel momento, avevo sempre mal interpretato) al mio arrivo davanti al luogo dove avrà luogo il concerto della Trans-Siberian Orchestra, evento per cui sono venuto qui.
 
Fin da quando ho acquistato il biglietto, più di 6 mesi fa, io sapevo che cosa sarei andato ad ascoltare, perché il tour che questi musicisti hanno portato in Europa per la prima volta nella loro storia, era quello che riguardava il loro terzo album, quel BEETHOVEN’S LAST NIGHT, che io considero semplicemente come il più grande disco mai composto e suonato in tutta la storia della musica, e che loro, in questa occasione, avrebbero eseguito per intero, con anche l’ausilio di un attore che avrebbe, nel corso del concerto, eseguito recitandole come narratore le parti del testo che, non eseguite dai musicisti, erano il racconto della storia che si dipanava attraverso le varie canzoni.
 
All’apertura delle porte del teatro, la mia prima azione è quella di andare al banco di vendita delle magliette e dei ricordini vari e, da bravo fan quale sono, fare incetta e poi mi dirigo al mio posto a sedere da dove, pur essendo in una zona lontana dal palco, riesco a vederlo perfettamente e per intero, notando, tra l’altro, di essere in una zona dove gli effetti pirotecnici e stroboscopici che, da un avviso sulla porta del teatro, avevo saputo che ci sarebbero stati, erano assolutamente smorzati; mi siedo e, pochi secondi dopo, parte dalle casse del teatro un arpeggio di chitarra che riconosco immediatamente come “Silk and Steel”, strumentale di Criss Oliva, fratello ormai scomparso di Jon, e con lui membro fondante dei Savatage, gruppo che ha poi dato i natali al progetto noto come Trans-Siberian Orchestra (nota anche come TSO) e che mi catapulta fin da subito in una dimensione emotiva da cui non staccherò più, neanche finito il concerto, e non appena le prime note dell’ouverture del concerto risuonano nel teatro, tutto quanto scompare, ci sono io, c’è il palco con i musicisti, c’è la musica e c’è il mio corpo e la mia voce che vivono nota dopo nota, parola dopo parola, immagine dopo immagine ed effetto dopo effetto, ogni singolo momento di questo concerto che, al suo termine, resterà fissato come il concerto più bello in assoluto a cui io abbia mai avuto l’occasione di assistere; da notare, inoltre, che nell’esecuzione dal vivo, rispetto a quella da studio che, ormai da anni, conosco praticamente a memoria, i musicisti hanno lievemente rallentato i ritmi, rendendo la cadenza ancora più solenne ed emotivamente tesa di quanto già non fosse, enfatizzando ogni singola sensazione rendendola con una potenza ed una vividezza assolutamente devastante. Così, mentre la storia si dipana e le canzoni e gli attimi recitati si susseguono, mettendomi di fronte anche a più di una gradita sorpresa (una Mozart and Memories che, pur non facendo parte di Beethoven’s Last Night, si incastra perfettamente nell’esecuzione e rendo il tutto meno prevedibile), mi rendo conto che il mio modo di vivere l’evento che si sta svolgendo ha anche colpito una famiglia che si trovava in alcuni posti poco distanti da me, tanto che, ad un certo punto, li vedo arrivare e mettermi un bicchiere in mano senza che io abbia chiesto nulla;  annusando mi accorgo che quello che mi hanno offerto è per me altamente tossico, in quanto decisamente alcolico, al che mi avvicino a loro ringraziandoli del gesto, anche se non potevo accettarlo, per via della mia impossibilità a bere alcolici di alcun genere, al che loro, con assoluta naturalezza, mi offrono una bibita.
 
Finita la parte di concerto che comprendeva l’esecuzione di Beethoven’s Last Night, la TSO inizia a suonare degli estratti dal loro ultimo album, quel Night Castle che ha segnato una svolta decisamente più orientata all’heavy metal in stile Savatage che non sull’intarsio tra metal e musica classica che hanno saputo creare con assoluta maestria, ma è il momento finale del concerto che da un’ulteriore scossa con l’esecuzione di “O Fortuna”, tratto dai Carmina Burana e reinterpretato in modo assolutamente perfetto e poi del pezzo dei Savatage che ha dato inizio al modo di concepire la musica, portato poi avanti dalla TSO in questi 16 anni di attività, quella CHANCE, datata 1994, che io non posso far altro che cantare a squarciagola anche col fiato che non ho più, visto che per tutto il concerto non ho fatto altro; e quando le ultime note si spengono e gli artisti si prendono tutti gli applausi possibili ed immaginabili, per poi abbandonare il palco, ecco ritornare le note di quella “Silk and Steel” che, così come ha dato il via alla magia di questo evento, così mi saluta.
 
E a questo punto non mi resta che ringraziare chi mi ha regalato questo evento magico, sia chi lo ha eseguito (che poi ho scoperto essere la formazione TSO con più elementi dei Savatage al suo interno) sia chi mi ha dato la possibilità di essere presente ad un evento che per me è stato unico e irripetibile e che ho potuto gustarmi fino in fondo, proprio perché l’ho vissuto da solo, lasciando fluire tutte le sensazioni che mi hanno attraversato.
Non so se verranno mai in Italia, o se torneranno mai in Europa, ma comunque potrò dire di essere stato presente alla rappresentazione dal vivo di quello che io considero il massimo capolavoro della storia della musica, mia grande passione da sempre e questo nessuno me lo potrà mai togliere. Per questo, mi sento un privilegiato e, anche se ormai sono  tornato alla mia solita routine da qualche giorno, ogni qual volta ascolto, o mi canto semplicemente in testa, una loro canzone, ecco che il mio stato emotivo cambia e mi trasporta automaticamente all’evento di cui sono stato partecipe e che, finché avrò memoria, rimarrà impresso a fuoco in me.
 
 
N.B. da quando sono arrivato all’aeroporto di Malpensa il venerdì sera della partenza a quando sono poi ripartito dall’aeroporto di Stoccarda per il rientro, l’unica musica che ho ascoltato sono stati i dischi della TSO, che ho fatto girare a ripetizione sul lettore mp3.

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6 risposte »

  1. Ben descritto, però non vale, mi hai fatto venire voglia di viaggiare:), sei anche riuscito a trasmettere l' emozione della musica.Bravissimo!! FioreS

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