Vibrazioni 1.0

Di uomini, di androidi e di pecore….

A volta capita di imbattersi in idee che sembrano vivere di luce propria. Idee che, pur passando nelle mani di più artisti in diverse arti non perdono mai nemmeno un’oncia della loro potenza e della loro bellezza iniziale.
Una di queste idee, in particolare, ha attraversato la mia strada rivestendosi di ben tre arti diverse:
La prima volta è stato in forma di film, che è fin da subito diventato il mio preferito in assoluto (e ancora lo rimane a distanza di più di vent’anni).
La seconda volta è stato in forma di libro. Sapevo che Blade Runner era stato tratto da questo libro di Philip K. Dick e, trovandolo in un’edicola della stazione di Torino, poco prima di partire per un viaggio in treno che mi avrebbe portato fino in Calabria, l’ho comprato e, nelle quasi 17 ore che è durato quel viaggio, l’ho letto tutto in un colpo solo. Ancora oggi fa parte dei miei libri preferiti e, come ciliegina sulla torta, il tipo di ambientazione e di futuro immaginati sia nel libro che nel film sono stati di ispirazione ad Antonio Serra, Michele Medda e Bepi Vigna per creare il mondo di Nathan Never (per me il miglior fumetto di sempre)
La terza volta in forma di fumetto, in particolare tramite il mezzo del romanzo grafico (o graphic novel che dir si voglia)
dove il disegnatore Tony Parker ha dato vita alla sua visione del libro tramite le immagini e dove il testo di Dick è stato preso integralmente e scomposto in didascalie e dialoghi per adattarsi alla forma del racconto a fumetti.
E in tutte queste tre arti la visione del mondo di Philip K. Dick mi ha sempre colpito in maniera molto profonda, sia nelle emozioni che mi ha scatenato, sia nelle riflessioni che mi ha ispirato. Una visione, ma di fatto due storie, perché libro e fumetto raccontano la stessa storia, mentre il film racconta una storia rielaborata, in cui molti elementi sono diversi, ma dove comunque l’atmosfera e il mondo futuro immaginato da Dick rimangono perfettamente integri.
Tutte e due le storie narrate, infatti, hanno come perno principale la relazione e la commistione tra naturale e artificiale che, in quel futuro che qui ci viene raccontato, sono talmente simili da essere quasi del tutto indistinguibili, ma nel caso del libro e del fumetto l’altro cardine è il discorso sul controllo e sull’omologazione, mentre nel film il secondo punto cruciale è il rapporto con chi è diverso.

Nel film gli androidi si recano sulla terra per cercare risposte sulla loro origine e sul loro futuro, e il film da molto spazio sia a questa ricerca, che allo scontro tra Deckard e ciascuno di loro, scontro che termina con il famoso monologo “Io ne ho… viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione! E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei… momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo… di morire” (monologo che nel libro non esiste e che è stato improvvisato sul set da Rutger Hauer), in cui l’androide viene fatto vedere semplicemente come un’altra forma di vita che ha agito per cercare di sconfiggere la morte, ma che alla fine ha dovuto accettarla.

Nel libro e nel fumetto, invece, la caccia che Deckard fa del gruppo di androidi è solo un tassello di quello che è un vero scontro (anche se non sempre armato) di civiltà differenti, con quella androide che cerca di conquistarsi un proprio spazio dove potersi difendere dalla violenza degli umani, e con gli umani che cercano di uccidere (o, per usare il termine Dickiano, “ritirare”) tutti gli androidi per sconfiggere il timore che hanno di essere sopraffatti da quelle creature artificiali. L’ambiente che viene descritto è quello di un pianeta terra con l’aria intrisa di polvere radioattiva da cui gli umani scappano emigrando nelle colonne marziane. Le città sono semi-deserte, molte specie di animali sono di fatto estinte e la maggioranza degli umani, seguace della religione del mercerianesimo, compra e accudisce animali artificiali, per coltivare la capacità di empatia (che viene definita come l’unica caratteristica che separi l’umano dall’androide).

Alcune situazioni descritte nel libro, nel fumetto e non nel film che mi hanno colpito molto sono state: in primo luogo il fatto che gli umani usassero una sorta di apparecchio che poteva infondere ogni tipo di emozione e che programmassero quali emozioni sentire all’interno della giornata; poi ciò che si intendeva con la parola “speciale”, ovvero un essere umano a cui la polvere radioattiva avesse causato modifiche nel codice genetico e a cui, quindi, veniva negata l’opportunità di emigrare nelle colonie marziane perché, in quei luoghi, la società umana voleva solo persone “normali”; infine il fatto che il possesso di animali veri fosse ritenuto un vero e proprio status symbol, che gli umani che possedevano sono animali artificiali cercavano di fare di tutto per nasconderlo perché se no “chissà cosa potrebbero pensare i nostri vicini” e che esisteva un catalogo in cui si dava un prezzo specifico ad ogni specie e razza di animali e su quel prezzo stabilivi, di fatto, la classe sociale a cui apparteneva chi possedeva quell’animale.

Questa storia mi ha dato veramente tanto, sia a livello di emozioni sia di domande, dicevo prima. Domande come:

“Quante volte agiamo solo per soddisfare le aspettative di altri su di noi?”
“Quante volte neghiamo la nostra individualità, solo perché abbiamo paura di non essere accettati dal contesto sociale?”
“Quante volte mentiamo a noi stessi e agli altri, solo per paura dei giudizi che gli altri possono dare?”
“Quanto ci vorrà perché noi si possa imparare a guardare chi è diverso da noi, non come una minaccia, ma come qualcuno attraverso cui si ha una possibilità di crescere assieme?”

Ogni giorno osservo la realtà che mi circonda e, sempre più spesso, mi viene da chiedermi quanto lontano avesse visto Philip K. Dick, ormai quarantacinque anni fa.

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