Vibrazioni 1.0

Tanto da dire parte 2….

Sottotitolo: PURE….

Come dicevo nel finale della prima parte, anche l’anno scorso un flusso continuo di note, melodie e testi ha accompagnato il mio percorso personale; artisti che ascolto e seguo da anni, di cui ho apprezzato le nuove fatiche, o di cui mi sono procurato le vecchie e artisti che prima non avevo mai ascoltato (o addirittura mai sentito nominare) di cui mi sono avventurato alla scoperta. Inoltre ho avuto la fortuna di poter vedere dal vivo il mio gruppo preferito, in un concerto in cui hanno riproposto per intero l’album che io considero il più bello di tutti tempi (se volete saperne di più leggete il mio post 3 giorni enormi)

Di tutto questo crogiolo sonoro, ancora una volta, non c’è stato nulla che mi abbia deluso o che mi sia scivolato via, lasciandomi indifferente, ma alcune cose in particolare, mi hanno lasciato dentro un carico emotivo assolutamente enorme e, in particolare:

Un giorno di aprile, ascoltando la radio, stavo seguendo un programma strutturato come una sfida tra 4 gruppi scelti secondo un criterio di omogeneità che variava di giorno in giorno e, in quel momento, la sfida riguardava il progressive rock italiano con, come sfidanti, la PFM, le Orme, gli Area e i Perigeo (unico gruppo di cui al momento non avevo ancora mai sentino nemmeno parlare). Mentre il programma procede, e io sono intenzionato a votare per la PFM, ad un certo punto sento il pezzo che la radio ha scelto per rappresentare il Perigeo ed è come se cozzassi di botto contro una porta trasparente mentre sto camminando distrattamente per strada e, mentre sento gli strumenti rincorrersi ed incastrarsi l’uno nell’altro, l’unico mio pensiero è “MA QUANTO SONO BRAVI!!!” Alla sera stessa, tornato da lavoro, faccio una ricerca in rete e, il sabato successivo corro letteralmente a prenotarmi tutti i quattro album loro che sono ancora reperibili in commercio.

In un altra occasione, sempre tramite radio, ho avuto modo di ascoltare un’intervista a Jovanotti, in cui parlava del suo ultimo album e, nell’ascoltare sia lui che ne parlava, sia le canzoni che venivano passate, avevo sia belle sensazioni che la curiosità di ascoltarlo meglio. Andato ad acquistare il disco, anche se si dimostra molto distante da ciò che ascolto di norma, quello che sento mi piace e, ricordandomi di un mio amico molto addentro nel mondo del rap e dell’hip hop, gli chiedo una consulenza su quali possano essere dei pezzi rappresentativi del genere che, quando riesco a sentire, mi da l’impressione di una musica molto insinuante che mi lascia decisamente e positivamente stupito.

Leggendo una rivista specializzata in musica metal, mi imbatto in un servizio retrospettivo sulla STRANA OFFICINA, storico gruppo hard rock della scena italiana ed ho così modo di scoprire sia i titoli di ciò che avevano prodotto come gruppo sia ciò che è stato pubblicato da due delle loro menti pensanti, Fabio e Roberto Cappanera, come progetto solista. Qualche mese dopo ho occasione, andando da un mio amico che ha creato una casa discografica, ho modo di trovare nel suo magazzino i cd targati Fabio e Roberto Cappanera e quello che sento riesce a colpirmi sia per le musiche che per i testi in italiano che riescono a far sposare benissimo con un’atmosfera ed una musica che, nata all’estero, ha avuto nella lingua inglese la sua lingua di elezione.

Arriva la parte conclusiva dell’anno e, proprio in coda, si aggiungono tre “scoperte”, la prima tramite il passaparola di un collega, la seconda tramite una notizia su una rivista musicale e la terza, per caso durante una sosta in autogrill.

Il primo caso accade durante uno dei classici “scambi tra appassionati”, quando mi arrivano delle canzoni di Davide Van De Sfroos e, nel tornare a casa dal lavoro con l’autoradio accesa, ascolto alcune di quelle canzoni che fanno subito presa, sia per la musica, dall’impronta decisamente folcloristica, sia per i testi fatti in parte in italiano ed in parte in dialetto laghee (ovvero proprio della zona del lago di como) che raccontano di storie e di personaggi di provincia, e spesso anche provinciali, che un po’ hanno fatto parte anche del mio vissuto, e un po’ sono ricordi di quando genitori e nonni raccontavano della loro gioventù vissuta spesso o nell’immediato dopoguerra della II guerra mondiale, o nel periodo fra le due guerre, o addirittura tra la fine dell’ottocento e l’inizio del secolo scorso. In mezzo a questo anche un racconto ironico ed a volte anche sarcastico di alcuni tipici vizi e virtù nostrane con racconti che spesso mescolano aspetti e linguaggi rurali con situazioni tipiche dei giorni nostri. Durante un giorno in cui eravamo in giro per regali, in un negozio con dentro anche musica, vedo un best of di De Sfroos, lo prendo, comincio ad ascoltarlo e in ben tre episodi mi colpisce a tal punto che, dal primo ascolto di ciascuna di quelle tre canzoni finisce diretta tra i miei pezzi preferiti di ogni tempo (e il perché lo racconterò nella parte 3).

Nel secondo  caso la notizia riguarda una collaborazione tra Lou Reed e i Metallica che, da lì a poco, avrebbe prodotto un album in cui musiche e liriche composte da Lou Reed venivano riarrangiate dai four horsemen. Curioso di vedere cosa può venire fuori dall’unione di due stili così diversi, approfitto dell’avvicinarsi del mio compleanno per farmelo regalare e, nell’ascoltarlo, nonostante avessi sentito in giro pareri che lo dipingevano come un’evitabile ciofeca e nonostante un primo momento dove il sentire il recitato di Lou Reed sul tessuto sonoro dei Metallica mi ha lasciato decisamente spiazzato, con il procedere dell’ascolto la sensazione che mi ha lasciato è stato di un esperimento tanto rischioso quanto ben riuscito che ha prodotto due o tre “pezzi capolavoro”, ed altre canzoni comunque notevoli.

Infine una sera, tornando dal lavoro e fermandomi in autogrill per un attimo di sosta, ho modo di notare tra le offerte musicali una serie di compilation di autori vari che si intitolavano “PURE… [xxxx]” (non è un caso il sottotitolo che ho dato a questo post) dove al posto della parentesi quadra con le x potete sostituire i nomi di alcuni generi musicali di cui ogni raccolta comprendeva 4 cd con autori diversi del genere che la compilation visitava. Leggendo la lista dei pezzi della compilation sull’Hard Rock, genere che conosco meglio tra quelli di cui c’erano raccolte, ho modo di notare che, a differenza di altre raccolte viste da me in precedenza, in questa c’era uno spirito diverso, perché non metteva dentro i soliti pezzi ormai strasentiti e conosciuti anche dai sassi, e perché metteva dentro sia pezzi del periodo classico del genere, sia pezzi dei ultimi 10 – 15 anni e a quel punto, senza pensarci due volte, faccio incetta sia di generi a me conosciuti, come l’hard rock e la musica americana mainstream, sia generi che frequento di meno, ma con cui ho già avuto a che fare, come il blues il country e il soul, sia generi quasi del tutto sconosciuti, come l’hip-hop e il r&b perché vedendo le raccolte (pronunciatelo in inglese) “PURE…”  a me è venuta voglia di ascoltare e di conoscere (e questa pronunciatelo in italiano) PURE quello.

A presto.

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